 | sorellina90 | | | Lunetta SAVINO Quando la comicità è donna a cura di Paola Simonetti La comicità è il suo mestiere. Una comicità garbata, senza forzature. Un elemento della sua professione a cui non saprebbe fare a meno. Lunetta Savino, arrivata alla popolarità con il personaggio televisivo di Cettina nella fiction "Un medico in famiglia", l'ironia ce l'ha dipinta negli occhi, sorridenti anche quando è seria. Una donna predisposta alla franchezza, alla socievolezza, come se la vita la trovasse sempre di buon umore. I testi teatrali brillanti sono il suo forte, come "Prova orale per membri esterni" di Claudio Grimaldi in scena al Teatro della Bugia a Roma. Una lunga esilarante lezione di sessualità, che sfida i perbenismi e le ipocrisie di chi, di sesso, pensa non si debba mai parlare, se non in un serioso sottovoce. Lunetta, dalla tv di nuovo al teatro brillante. La comicità la scegli o sono le occasioni che arrivano a te? Credo che attori comici si nasca, difficile diventarlo. I tempi comici e questa predisposizione non te la può insegnare nessuno. Lo dimostra il fatto che un attore comico è in grado di approdare al genere drammatico e non viceversa. Ho iniziato a fare questo lavoro sfruttando le mie doti comiche. Già da ragazzina ero avvezza a fare imitazioni, credo la prima vera espressione di comicità spontanea. Avrei poi, tranquillamente potuto prendere la strada di molte donne, che hanno scelto la televisione, il varietà. Ma per un verso o per l'altro, non mi è mai capitato di partecipare a questo tipo di programmi, forse perché in realtà non volevo. Aspettavo proprio un'occasione da "attrice". Così ho fatto cinema, poi televisione. Occasioni che ho fatto capitare, perché, almeno secondo i produttori, per fare teatro ad un certo livello bisogna essersi costruiti un nome in televisione. Adesso, dopo Cettina, tanti produttori teatrali mi sottopongono proposte a valanga! Quindi hai accettato il ruolo di Cettina, perché ti piaceva il copione? Sì, dopo aver aspettato tanto, ho colto l'occasione di lavorare in una produzione tutta italiana di fiction, fino a pochi anni fa appannaggio dei soli Stati Uniti. Il personaggio di Cettina l'ho trovato perfetto per le mie corde, per questo mi sono battuta strenuamente per avere la parte. L'ho voluta fortemente. E devo dire che, considerato il successo, ci ho visto bene. Che cosa, secondo te, ha decretato il successo di "Un medico in famiglia"? Sicuramente la storia, che pur se importata dalla Spagna, ha trovato dei toni perfettamente italiani, con micro storie quotidiane, di cui si ride garbatamente. Storie che hanno riunito le famiglie italiane davanti alla televisione: dalla persona 80enne al bambino di tre anni. L'altro elemento di forza, è stato il cast, perfettamente omogeneo, equilibrato, con tutti gli attori giusti nei ruoli. Pur venendo ognuno di loro da esperienze diverse: da Banfi, alla Pandolfi, da Scarpati a me. Eppure tutti magicamente funzionavamo uno accanto all'altro. Lunetta, hai paura dei cliché che la televisione, spesso, impone? Ma sai, finita l'onda di "Un medico in famiglia" io sono passata subito a lavori diversi, il cinema con la Comencini, un'altra fiction come il "Bello delle donne" e poi tanto teatro. Il pubblico comincia a vedermi altrove e comincia ad apprezzarmi proprio come attrice: pensa che adesso per strada mi chiamano con il mio nome, non sono più solo "Cettina". Una grande vittoria per me e penso per qualsiasi attore! E' frequente che, più un personaggio è simpatico, spiritoso e funziona, più il pubblico identifica l'attore con il ruolo, sostanzialmente perchè lo preferisce, non perchè ignori la differenza. Ci vuole tempo per dimostrare che si è validi a tutto tondo, non solo al pubblico, ma anche e soprattutto ai produttori che spesso non hanno il coraggio di rischiare su alcuni attori,che per questo restano imprigionati in determinati ruoli per anni. Tornare a teatro, dopo la televisione, il cinema, per te è un rigenerarti? Sì, assolutamente. E' un bisogno quasi fisico. Vengo da vent'anni di teatro, è la mia passione principale, una boccata d'aria fresca. E poi c'è il rapporto col pubblico che è fondamentale, un rapporto di cui ti devi privare nel cinema e nella televisione. Sentire una risata o un applauso a scena aperta, è fantastico. E' come fare l'amore. Ho sacrificato tutto per fare teatro, un lavoro faticoso, pieno di sacrifici, si sta sempre con la valigia in mano. La gavetta, poi, che io consiglio a tutti gli aspiranti attori, è durissima: lì ci si mette davvero alla prova. Capisci se sei pronto alla rinuncia, alla pazienza. Il teatro paga alla lunga, quando paga. Qual è stata la tua rinuncia più grande? Ma io sono stata fortunata. Non ho dovuto rinunciare a valori fondamentali. Ad esempio ho avuto un figlio, una tappa essenziale nella vita di molte donne, che però viene bandita, per scelta, da molte attrici. Per avere mio figlio io sono stata ferma per qualche anno perché non me la sono sentita né di portarlo in giro con me, né di lasciarlo ad altri. Lunetta, per una donna, nello spettacolo italiano ci sono dei vincoli? Bè, innanzitutto ci sono meno ruoli per le donne. Il cinema ad esempio, è ancora un cinema tutto al maschile: registi, attori, tecnici, sceneggiatori, per la maggior parte sono uomini. Del cinema comico, poi, nemmeno a parlarne. Le donne sono comparse solo come "spalle" per decenni. Ti spaventa il passare del tempo, anche in relazione al tuo lavoro? Eh sì! Anche per un minimo di vanità, ma soprattutto perché dico "caspita, adesso stanno capitando tante cose; e tutti i personaggi che avrei potuto fare prima non li posso fare più, perché nel frattempo sono passati gli anni", questo lo sento un po' con affanno. Mi dico che adesso devo bruciare le tappe, perché mi sembra non ci sia più molto tempo. Poi mi rendo conto che realmente non è cosi. Ci sono attrici mature che continuano a lavorare tanto. Lunetta, per concludere, cosa si prepara per te dopo questo spettacolo? Riprenderò, a Roma soltanto, i "Monologhi della vagina" testo americano interpretato dalle più grandi attrici negli Stati Uniti e che ho portato al Teatro Argentina nel marzo scorso. E poi, nel gennaio 2002, sempre in teatro interpreterò "California Sweet" una commedia di Neil Simon, per la regia di Vittorio Venturini e la direzione artistica di Michele Placido, dove sono protagonista insieme a Neri Marcorè, di tre storie su tre coppie diverse. Nel frattempo attendo risposte dal cinema e dalla televisione, ma non ho fretta. | | | |
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